Prof.ssa polacca Kristina Kersten, in
un intervista del 1990
1, affermava che, a differenza dei francesi, che conservano
tutti i loro monumenti, anche quelli dei loro boia e delle loro
vittime, dei re e dei regicidi, della rivoluzione e della restaurazione,
i popoli dell’Europa orientale demoliscono continuamente i
monumenti della loro storia. Una verità non di tutto esatta,
perché anche in Francia, durante le rivoluzioni si è
distrutto moltissimo, e poi, quelli che hanno distrutto in Europa
Orientale sono stati soprattutto gli altri, gli occupanti. Però
il fatto rimane evidente. Lo storico italiano Giorgio Petracchi
fa riferimento ai bolscevichi quando demolivano ad una ad una le
cento cupole delle chiese di Mosca nei anni di Stalin, o quando,
nell’applicazione della Pjatiletka, cambiarono il “materiale
etnografico” di intere regioni
2. Noi possiamo menzionare la Romania di Ceausescu. “Il
genio dei Carpati” cercava di modificare l’identità
dei romeni in primo luogo sconvolgendone e l’ambiente e lo
stesso paesaggio (la sua campagna di demolizioni a Bucarest e in
altre città).
L’Europa Orientale è radicata più ai luoghi
che agli avvenimenti e alcuni dei suoi dirigenti l’hanno intuito.
Soprattutto i dirigenti comunisti. Il conformismo comunista ha influenzato
la cultura dell’Europa Orientale, colpendo prima di tutto
nel suo spirito liberale e democratico. E spesso l’identità
spaziale è tornata a prevalere, come già in passato,
su quella legata al tempo.
Il comunismo voleva eliminare più o meno sistematicamente
ogni seria opposizione di pensiero, anche le vicende storiche precedenti.
Non pochissimo ha contribuito questa a sviluppare (maturare) un
sostanziale rifiuto della dimensione storica, da parte degli intellettuali
della zona, presente altrimenti anche prima (“ci troviamo
sotto il terrore della storia”, scriveva Mircea Eliade nel
1938). La storia è stata in Europa Orientale e in gran misura
è rimasta di una durezza facilmente percepibile, sentita,
vissuta. Come l’hanno sentito e visuto i serbi sotto le bombe
degli Alleati. Come l’hanno percepito i nostri genitori sotto
l’occupazione sovietica. Si sentivano incapaci reagire contro
i loro oppressori (e anche colpevoli perché, perdendo la
guerra contro i russi e alleandosi erroneamente con i tedeschi,
avevano creato cosi condizioni favorevoli all’avanzata russa).
Si costata oggi un rifiuto dell’ottimismo storico proprio
dell’hegelianismo e dell’hegelo-marxismo. “Faccio
parte, dichiarava il filosofo ceco Vaclav Belohradsky, dei vinti,
come ceco, come esule, come europeo, come intellettuale, come filosofo
e come cittadino italiano”
3 Aggiungeva anche che l’intellettuale non debba “lasciarsi
cacciare nella storia scritta dai vincitori”.
Lo stesso lo considera anche Vaclav Havel
4 affermando che l’intellettuale non può entrare
nella storia dei vincitori e che, solo resistendo alla storia in
quanto tale ed elaborando un proprio linguaggio in quanto negazione
di quello del potere, l’intellettuale si poteva opporre al
regime comunista. Milan Kundera è letteralmente ipnotizzato
da Nietzsche e del suo eterno ritorno, ossessionato della nostalgia
di una visione ripetitiva, circolare, tragica dell’esistenza
5. Mircea Eliade
è affascinato della concezione degli archetipi celesti, che
riduce la storia a pura contingenza. Troviamo nella sua opera un
disprezzo degli eventi storici che scandiscono solo un “tempo
profano”. Alexandr Soljenicyn parla del culto della terra,
dell’anima popolare, delle origini e delle radici russe. Si
avvicina alla concezione che Tolstoi aveva della storia
6 Il poeta romeno Lucian Blaga creò uno spazio, “lo
spazio mioritico”, senza confini storici, senza nessun’altra
determinazione, libero di esprimersi in se stesso
7.
Tutti questi intellettuali e altri non menzionati e altri che non
sono della zona central-europea ( Jung, Kerenyi, Levy Bruhl, Van
der Leeuw e molti altri ancora) pensano che solo nell’esistenza
del singolo individuo va trovata la risposta metafisica ad un modello
transtorico, che risulta poi quello più significativo: il
mito dell’eterno ritorno. Assistiamo, nella sfera degli studi
sull’uomo, ad una riabilitazione dell’importanza culturale
dei miti e dei simboli, delle immagini e delle emozioni, del senso
magico e sacrale della vita. Mito e sacro, questo in particolare,
non sembrano più oggetto di ironica critica o di irriverente
scherno 8. I miti
non sono soltanto fiabe, appartenenti alla fanciullezza dello spirito
e destinate a sparire quando uomini e tempi avranno raggiunto la
loro maturità. Il mito non è l’errore, l’ignoranza
o la barbarie. Coscienza mitica sembra una perenne esigenza esistenziale
dell’uomo che per vivere non può revocare tutto in
dubbio, privandosi di ogni fede, di ogni speranza, di ogni finalità.
L’uomo disincantato fino in fondo sta sospeso tra il nulla
e l’angoscia, aggira per strade che non sa dove conducono.
La ragione dissolve i miti, ma non può dissolvere se stessa
e il suo senso nel silenzio e nell’oscurità. Da questo
punto di vista, come crede Mircea Eliade, la storia dell’uomo
può essere considerata come la storia dei miti sempre criticati
ma tuttavia sempre risorgenti
9. Il compito della civiltà non può essere la
distruzione del mito, ma al massimo la distruzione del mito barbarico
e della metafisica invecchiata. Il discorso dell’intellettuale
centro-europeo dovrebbe essere inquadrato nel un ambiente più
ampio. Simboli e miti, emozioni e immagini, l’esperienza varia
del sacro, i richiami della partecipazione sono aspetti esistenziali
che l’intelletto non può né sopprimere né
sostituire.
In apparenza, la tradizione, per esempio, ha subito passivamente
il potere, ma solo in apparenza, perché ha posseduto una
grande capacità sotterranea di resistenza. Perciò
l’opposizione nelle società dell’Europa Orientale
ha sempre avuto un carattere culturale, “intendendo la cultura
come affermazione di “valori” culturali e in secondo
luogo come “sapere”. Il sopracitato G. Petracchi da
come esempio l’esistenzialismo, che in Occidente era alleato
del marxismo e della critica del sistema “borghese”.
Nell’Est, ove marxismo e potere hanno coinciso la stessa tematica,
purificata nella resistenza passiva, è divenuta un nemico
10. Il potere è stato demistificato e smascherato nell’Europa
Centro-Orientale dopo il 1945. Più che dappertutto. “Come
in una recita, sembrava che la storia dovesse ripetersi all’infinito.
Per tenere buone le masse il partito chiamava al potere una figura
nuova”. Il regime è crollato lo stesso. Forse ormai
non possedeva più maschere.
Perché si nasconde l’intellettuale dell’Europa
Centrale e Orientale sotto la storia, oppure, meglio dire, perché
non vuole la storia? Soprattutto perché vede lo spaventoso
ritardo del proprio contesto rispetto all’Occidente. Che non
cessa di crescere. Hobbsbawn, nel suo libro “Le nazioni e
il nazionalismo dopo 1788” constata il fatto che alla fine
del settecento la differenza di crescita dei principali fattori
di sviluppo tra i paesi occidentali e quelli orientali degli Europa
era di 1a 2. Alla fine dell’ottocento è diventato 1
a 3 e oggi è arrivato a 1 a 10 o 11
11. Che sarà nel ventunesimo secolo? Scrive la stessa
Karsten: “Entriamo nel duemila con la coscienza storica e
con l’economia dell’ottocento”
12. E l’intellettuale centro-europeo “non può
rifugiarsi, come il musulmano nella paranoia della propria alterità”.
Perché. Perché si sente strettamente imparentato con
la civiltà occidentale. Non da oggi. Ma da molto tempo. Da
quando i paesi dell’Europa Centrale e Orientale sono entrati,
anche loro, sulla via della modernizzazione (una modernizzazione
anche oggi rimasta incompiuta).
Dall’altra parte l’intellettuale dell’Europa
Orientale non trova più adesso in Occidente quella filosofia
organica della storia che possa spiegare la sua condizione odierna.
La dialettica tra Occidente e Oriente ha perso il suo punto focale,
che fino oggi era stato il dibattito sul marxismo. Per moltissimi
intellettuali centroeuropei che guardano all’Occidente per
trovarvi una cultura politica, l’Occidente non offre nulla
(oppure questa è la loro sensazione, di trovarsi di fronte
al “nulla”, di fronte ad una evidente mancanza di un
sistema filosofico e ideologico da accettare). Il dialogo che l’altra
volta, nell’ottocento, per esempio, l’Occidente l’offriva
adesso non lo offre più. E gli intellettuali dell’Est
“che si affacciano sull’Europa delle democrazie liberali
traggono l’impressione di non trovare che mediocrità
e nullificazione di ogni valore, tranne quello del profitto”.
Lo scrittore polacco premio Nobel Czeslaw Milosz osserva, con amarezza,
la progressione in Occidente “di una palude culturale, che
tende al livellamento dei valori ed alla dimenticanza, proprio quando
gli intellettuali est-europei devono riaprire il conto con il passato
comunista dei loro paesi” Egli condanna il comunismo e si
domanda che cosa prenderà il suo posto: “vi entri il
Nulla o, se preferiamo l’America: un approccio puramente commerciale
alla cultura e a tutti i valori”
13. L’orizzonte della storia è sgombro di barbari,
che, come nella poesia del poeta greca Kavafis, “diano impulso
per far rinascere la civiltà dalla distruzione”. In
più, l’immagine dell’America è radicalmente
cambiato nell’ultimo tempo nella zona Centroeuropea. I americani
erano visti, considerati e aspettati come portatori di un sistema
di valori democratico, opposto al comunismo sovietico che dominava
la regione fino otto anni fa. Adesso loro appaiono come portatori
non di civiltà ma di bombe. “Abbiamo aspettato gli
americani 45 anni, scriveva ironicamente la rivista romena “Cazzavencu”
e loro sono andati in Jugoslavia”
14
Il discorso si può allargare
anche in un altro senso.
Dice Reinhold Niebuhr, nel suo libro: Fede e storia "
Nell'epoca moderna la cultura ha elaborato una vera alternativa
alla fede cristiana: l'idea che la storia è essa stessa il
Cristo, che cioè lo sviluppo storico è redentivo in
se stesso... Nel nostro tempo è particolarmente importante
comprendere come la sicurezza spirituale di una cultura che ha creduto
in una redenzione per mezzo della storia sia ora sull'orlo della
disperazione". Lui sottolinea il pessimismo e la delusione
dell'uomo di oggi. "Tra i casi della storia dell'umanità
presenta, nessuno è pieno di ironia quanto il contrasto tra
le fiduciose speranze dei secoli passati e le amare esperienze dell'uomo
contemporaneo. Ogni progresso tecnico, considerato dalle generazioni
precedenti come una anticipazione o una garanzia della redenzione
dell'umanità dalle sue varie difficoltà, si è
rilevato causa, o per meno occasione, di una nuova forma di antiche
perplessità"
15. In fatti la credenza che la natura, come la cultura e le
istituzioni umane, subisce un processo evolutivo, alla fine, la
credenza nel progresso attraversa una crisi che le due ultime grandi
guerre mondiali, con il loro drammatico dopoguerra, stanno approfondendo
e radicalizzando.
Crediamo ancora nel progresso, in questa grande idea che da oltre
due secoli domina i nostri orizzonti intellettuali?. L’idea
del progresso, come l’aveva constatato lo storico irlandese
John Burry, è un idea moderna. Nel mondo classico greco-romano,
nel medioevo, nel rinascimento quell’idea era quasi sconosciuta.
Il cammino del tempo veniva raffigurato come una caduta e non come
una ascesa. L’età dell’oro, della perfezione,
della felicità era proiettata in un passato mitico, all’origine
del tempo. La storia era veduta come alterazione di uno stato originario
di beatitudine edenica. La fantasia umana non proiettava in una
futura realtà terrestre la propria speranza. E solo nell’età
moderna, e soprattutto nel secolo diciottesimo, che l’idea
di un progresso illimitato si vienne affermando e consolidando
16. Oggi il termine progresso designa soltanto un ideale o un
programma morale, non una realtà. L’intellettuale dell’Est
deve prendere in considerazione questa mancanza dei punti di riferimento
sicuri nella civiltà occidentale attuale. E lui deve accontentarsi
del pragmatismo, oppure deve rifluire verso il mito. Pragmatismo,
vuol dire accettazione del modello capitalistico consumistico “con
il suo sapere vasto, ma frantumato. In questo caso lui deve accettare
anche la sua condizione subordinata e direi provinciale entro tale
sistema. Può scegliere il mito, ovvero inseguire il sogno
di una propria identità e nobiltà, pero vulnerata
dall’intermezzo dell’aberrazione comunista, e quindi
difficilmente capace di esprimersi nell’immediato come una
forza viva.
Si può ipotizzare “una terza via”? Soljenitzin
e alcuni dei neoslavofili, come Valentin Rasputin, appellano alla
forza visionaria e religiosa dell’anima russa rimasta integra
al destino spirituale della Russia per sconfiggere la filosofia
della ricchezza”. Difficilmente dire pero che l’identità
permanente dell’antica Russia possa prendere forma politica
in una “Unione russa” ritrovata e rinnovata. E difficilmente
non dire che si tratta di un’utopia.
Alcuni intellettuali polacchi, come suddetto Czeslaw Milosz, mettono
le loro speranze in un’Europa Centrale, comprendente eventualmente
tutti i paesi tra la Russia e la Germania, che a motivo delle loro
tragiche esperienze avrebbero maturato un’identità
spirituale e culturale forte abbastanza di difendere alcune verità
essenziali (la differenza tra il vero e il falso, tra il bene e
il male) che in Occidente stanno sparendo
17. Altri intellettuali, come lo storico romeno Alessandro Dutu,
hanno speranza che se riusciamo penetrare nei strati profondi della
mentalità della nostra zona, incontreremo una viva presenza
del sovrannaturale nella vita cotidiana, e un senso del tempo definito
secondo il calendario ecclesiastico. La chiesa ortodossa ha offerto
una visione abbastanza convincente sul mondo e ha attirato la gente
intorno a questa azione sacramentale. Sottomesso alle colpe della
sorte, del destino, l’abitante di questa regione europea è
riuscito a superare il momento perduto a causa della violenza. E
cosi lui è riuscito ad integrare l’episodio diversi
della sua vita in un cammino verso compimento di un mondo dominato
dallo scorrere del tempo. All’inizio dell’ottocento
un poeta romeno Grigore Ramniceanu, facendo l’elogio all’Europa
illuminata, accentua il fatto che per i romeni è stato più
urgente mantenere la base formata dalle convinzioni fermi, capaci
a sostenere la costruzione duratura degli monumenti e la resistenza
davanti ad un destino che si mostrava imprevedibile
18. C’è cui il rischio di trasformazione della
fede in un rifugio, come appare nel pensiero degli intellettuali
romeni fra le due guerre mondiali. Ma si trova cui anche un immense
risorsa da difendere il sacro nel mondo davanti ad alcune forze
che sembrano affermare che il mondo è “una fiaba piena
di rumore e di violenza narrata da un idiota”, come diceva
Macbeth. Storici e giornalisti occidentali suggeriscono che i balcanici
diventeranno europei quando si occidentalizzarono. La comunicazione
intensa oggigiorno permette la possibilità unica di avvicinare
la gente da un capo all’altro del continente. Se sapremo approfittare
di essa riusciremo mettere davanti a tutti la brillantezza della
sintesi.
Abbiamo pero la sensazione che si tratta di nuovo di
una reazione tipica a tanti intellettuali terrorizzati di fronte alla
prospettiva della”fine della storia”.
Note:
__________________________
1 “Przeglazd Tygodniowy”, 21 ottobre 1990.
2 Giorgio Petracchi, “Gli intellettuali dell’Europa
Orientale al crocevia della Storia”, in Storia contemporanea,
a. XXIII, n.1, febbraio 1992.
3 V. Havel, Interrogatorio a distanza…, Milano,
1990, p. 166.
5 M. Kundera, L’insostenibile leggerezza
dell’essere, Milano, 1985, pp. 80 ss.
6 G. Petracchi, op. cit., p. 107.
8 Remo Cantoni, Illusione e pregiudizio, Il
Saggiatore, Milano, 1967, pp. 185-191.
10 G. Petracchi, op.cit., p. 107.
12 G. Petracchi, art. cit., p. 108.
14 “Cazzavencu”, nr…/1999.
15 R. Niebuhr, Fede e storia, Bologna, 1966,
p. 4.
16 Remo Cantoni, op. cit., pp. 167-174.
17 G. Petracchi, art.cit., pp. 108-109,
18 Alexandru Dutu, “Bizantini. Orientali. Balcanici”,
in Secolul XX (Secolo XX esimo), no. 7-9/ 1997, p. 66.
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